Strage di Orlando: se potessi parlare con i fondamentalisti

Se sulla strage di Orlando si potesse parlare con i fondamentalisti religiosi, protagonisti di questa guerra di civiltà che ha le sue radici nel nostro mondo e i suoi frutti velenosi in medio oriente, non chiederei le ragioni dell’odio o il perché del terrore. Nella loro assoluta inaccettabilità, a cui segue la dovuta condanna, questi atti rientrano nell’orrore della storia come ieri le crociate, la caccia alle streghe o la shoah. Ovviamente ciò non giustifica la cosa, ma delinea i contorni di un fenomeno. Ci fa capire, in altre parole, che paura, violenza e morte sono l’unico linguaggio possibile per chi ha deciso di personificare questo ruolo, nel fluire degli eventi. E se questo è il loro linguaggio, non è possibile parlare con quei fondamentalisti se non riproducendo la stesse dinamiche. E noi siamo altra cosa.

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Il cordoglio della comunità locale

Tuttavia, se potessi parlare con loro, non tanto per indurli alla ragione, quanto per poter togliere due sassolini dalla scarpa, farei notare in primo luogo come l’attentato – che è costato la vita a oltre cinquanta persone Lgbt – sacralizza (nel senso più letterale del termine, ovvero “rende sacra”) la morte di quella gente dimostrando al mondo come l’odio, religioso e omofobico insieme (e sbaglia chi non vede le due facce della stessa medaglia), ci uccide nello stesso modo in cui si uccide chi si raduna in un locale “non gay”, come è accaduto per i fatti di Parigi, a novembre scorso. Queste morti ci rendono definitivamente umani, uguali senza possibilità di appello. E questo è il loro primo fallimento.

Se potessi dir loro due parole, farei notare a tal proposito che il disappunto nei loro confronti non dipende tanto dal fatto che credono in Dio, Allah, Javèh o chissà quale altra divinità tirata giù a caso per giustificare le miserie umane e per poi perpetrarle nel loro nome. È un gioco, in altre parole, che rende uguali tutti i fanatismi religiosi nell’esercizio di una cieca cattiveria che non può mai esser ricondotta al concetto libertà: loro, per essere, devono essere violenti o non sarebbero. In altre parole, gli direi, che sia Dio, Allah o Javèh a guidare le vostre mani, siete ugualmente stronzi. E ciò dovrebbe farvi riflettere, continuerei, sul fatto che le guerre di religione non hanno senso visto che i vostri dei, indistintamente, non hanno pietà nel mostrarvi ridicoli e mostruosi allo stesso tempo.

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Il nastrino di solidarietà per le vittime, apparso su Facebook

Se potessi parlar loro, farei notare come al di là del sangue, delle lacrime e della perdita di umanità, siamo poi costretti, noi che rimaniamo in vita, a fare i conti con quello che rimane subito dopo. Col vuoto delle parole della politica e anzi, in questo caso nemmeno la politica ha avuto parole. Con la carità pelosa di una chiesa che non ha nemmeno il coraggio di ricordare che a morire sono stati proprio gay, lesbiche, trans, bisessuali, intersessuali. Con i giochi di parole onestamente cretini di giornali che titolano con “Il gay pride dell’Isis” e con l’intero sistema dei media che tace sulle reali ragioni dell’odio contro il popolo arcobaleno, categoria sociale descritta più volte con un certo sensazionalismo quando si è trattato di mettere in vetrina il monstrum vel prodigium (ricordiamo il caso Varani e i famosi omicidi in “ambienti gay”?), ma poi dimenticata nella sua identità quando è l’attacco ad essa una delle cause della nostra morte. Con nemmeno un minuto di raccoglimento per le nostre vittime. Con la mancanza di un “je suis gay” in tutto il mondo, mentre per Parigi si era “Charlie” o come quando per Bruxelles si metteva in mostra la bandiera del paese attaccato. L’onta del silenzio. Come se non fossimo già feriti/e abbastanza dagli insulti, le accuse, le distorsioni delle parole, usate come proiettili sulle nostre vite.

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Je suis gay

Direi loro, ai fondamentalisti, che con i loro atti ci espongono all’ipocrisia di chi prima raduna il piazze contro le unioni civili, terrorizza le famiglie con la bufala del gender, invoca guerre sante e preghiere contro le persone LGBT – evocando anche i fucili – e poi si dice solidale col popolo arcobaleno. Come se non fossero fatti della stessa pasta di chi ha sparato, ma solo meno armati. E ciò è doppiamente inaccettabile. Se potessi parlargli, gli direi senza pietà alcuna che tutte le volte che in nome del loro dio offendono o uccidono, rendono quel loro dio uguale all’odio che fa versare lacrime e sangue. E un dio siffatto, un dio del dolore e della morte, è la bestemmia maggiore che un uomo può produrre.

Tutto questo direi loro, se riuscissero a capire: ma questo dono, quello del linguaggio fatto di parole, è facoltà solo umana e non vedo nulla di umano in chi, per glorificare la propria idea di dio, ha bisogno del terrore e della morte.

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