In Storie

Scrivo spesso di mia madre.
Lo faccio perché ha per me come un valore catartico, ma anche per lasciare quante più tracce possibili di lei a Luca e Alice.

Mia madre ci è stata strappata da un tumore il 31 luglio 2010, esattamente 8 anni fa, dopo un calvario di mesi di cure debilitanti, durante i quali non si è mai arresa, tanto da far sperare sia lei che noi che tutto sarebbe andato bene.
Mio padre in quei mesi le è sempre stato accanto, con tutte le doverose attenzioni da parte di medici, amici e partenti che merita il compagno di un malato e – quando mia madre è morta – un vedovo.
Rispetto e attenzioni che per una coppia eterosessuale, ancor di più se sposata, da sempre sono quasi scontate.

Se al posto di mio padre, nel 2010, ci fosse stata una compagna non è detto però che il rispetto e le attenzioni sarebbero state le stesse: voglio sperare di si, ma non lo do affatto per scontato, perché sarebbe dipeso di volta in volta dalle persone che questa compagna avrebbe incontrato.

Come sapete sono stato e rimango critico sulla legge sulle unioni civili, in particolare per ciò che (non) ha significato per le famiglie omogenitoriali eppure non si può fare a meno di riflettere su quanto abbia significato per molte coppie, su come abbia dato finalmente dignità (anche se non la piena eguaglianza) ad amori profondi, spesso anche in momenti difficili come la malattia e la morte.

Proprio in questi giorni (che sono quelli in cui ogni anno mio malgrado rivivo minuto per minuto gli ultimi giorni di mia madre) mi ha scritto una cliente che non sentivo da tanti anni: avevo seguito lei e la sua compagna all’inizio della mia carriera da avvocato per aiutarle a scrivere un testamento per tutelarsi vicendevolmente quando ancora non esistevano molte forme di tutela per le coppie omosessuali.

Con il suo permesso vi ricopio qui sotto la sua lettera, permettendomi solo di cambiare – per motivi di privacy – i nomi delle protagoniste. Le parole, bellissime e potenti, spiegheranno da sole il perché di questo mio post, e perché proprio oggi.
Io invece ricorderò il giorno in cui ho perso mia madre senza più la rabbia dei primi tempi ma ritrovandola invece con un sorriso – seppure agrodolce – nei piccoli gesti che mi riportano a lei.

Gent.mo Michele,
Laura ed io siamo state le seconde a unirci civilmente a Bologna, avvalendoci della priorità concessa ove uno dei due partners fosse gravemente malato, ed ora sono ufficialmente la prima vedova same-sex della città. Un primato a cui avrei rinunciato volentieri perché, come ripeto spesso, “morire a 50 anni appena compiuti è proprio una schifezza”.
Lei ed io abbiamo fatto la storia di Bologna, in qualche modo, e abbiamo abbattuto tanti muri con la tenacia, la determinazione e la discrezione risoluta che ci contraddistingueva.
In ospedale, negli uffici, in banca, dal notaio mi dichiaravo e mi dichiaro tranquillamente “moglie” (vedova) di un’altra moglie e ho trovato sempre riconoscimento, preparazione sull’argomento (la legge 7672016) e disponibilità (tranne in Posta dove, non ho capito se per ignoranza o altro, la direttrice pareva non riconoscermi come erede, ma sono dettagli).
La sera in cui è venuta a mancare Laura, una nostra amica felicemente eterosessuale (in una società civile non sarebbe necessario sottolinearlo, ma in questo contesto rende bene l’idea della partecipazione affettiva ed emotiva) mi ha detto “per fortuna che vi siete sposate!” e non ti annoio sui perché che puoi immaginare.
Bene, tutto questo andrebbe raccontato ai politici che ancora scorgono del morboso nelle “unioni civili”: nella gioia e nel dolore, in salute e in malattia avvengono incontri di Anime che sono incontri d’Amore, e che godono e subiscono gli eventi della Vita esattamente come chi contrae un matrimonio “convenzionale”.
La società si cambia con l’esempio e noi lo eravamo, mettendoci la faccia, usando un linguaggio nuovo (io ho sempre detto, anche se normativamente non esatto, “mia moglie”), perché forse anche grazie a questi piccoli tasselli i giovani di domani saranno più liberi di essere chi sono e non dovranno più vergognarsi o dare spiegazioni.
Grazie per l’ascolto.
Un abbraccio, Paola.

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