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Il tribunale dei minori di Roma ha accettato l’istanza di stepchild adoption presentata da Nichi Vendola nei confronti del figlio biologico del compagno Ed. Tobia, da oggi, si chiama ufficialmente “Testa Vendola” ed è figlio di entrambi i suoi papà anche per lo stato italiano. Nato oltre oceano grazie alla Gpa, il piccolo è stato da subito oggetto di feroci polemiche e di attacchi violentissimi da parte dei detrattori dei diritti delle coppie di due papà o due mamme.

La gioia di Nichi Vendola e del marito

Così commenta l’ex leader di Sel e ex governatore della Puglia in un’intervista che uscirà domani su “Chi”: «Tobia è sempre stato mio figlio, ma il tribunale di Roma mi ha riconosciuto l’adottabilità e quindi da ora in poi porterà anche il mio cognome». «Per me e il mio compagno è innanzitutto una grande gioia – continua Vendola -. Poi, certo, è anche una battaglia vinta. Le polemiche sono state frutto di ignoranza, di superficialità, di volgarità. Viviamo nell’epoca degli odiatori seriali. Che cosa diremo a Tobia quando sara’ grande? In realtà lui conosce sia la donna che ci ha donato l’ovulo sia la donna che lo ha portato in grembo. Ci scambiamo foto, video e telefonate. Mio figlio saprà tutta la verità su come è venuto al mondo».

La sentenza: «Famiglia serena e stimolante»

Secondo quanto riportato dalla sentenza, «il minore appare un bambino allegro, solare, vivace, affettuoso ed accogliente anche con le operatrici» inoltre è «autonomo ed affettuoso con entrambi i papà che riconosce come punti di riferimento sicuri». Nella sentenza si fa presente, ancora, il grado di cura di entrambi i genitori «molto presenti con il minore» con ruoli differenti tra loro e sinergici. Il contesto familiare è stato infine definito «sereno e stimolante». Grande soddisfazione esprimono, intanto, anche Cathy La Torre e Michele Giarratano di Gay Lex che hanno assistito Vendola e il compagno durante tutto l’iter.

«I tribunali ci aiutano, ma serve una legge»

«La notizia è per noi socie e soci di Famiglie Arcobaleno la conferma che il nostro Paese, pur tra molte difficoltà, cammina verso il riconoscimento dei nuovi diritti – è il commento di Marilena Grassadonia, presidente dell’associazione -. E tuttavia non possiamo dimenticare il mare di fango che una politica piccola piccola ha riversato su questa famiglia con l’unico scopo di lucrare un po’ di visibilità e consenso facendo leva sull’ignoranza, la rabbia, l’odio». «Una campagna, questa, che continua ancora oggi e che può ritardare il cammino dei diritti, ma non fermarlo – conclude -. Andiamo avanti: le sentenze ci hanno aiutato e ci aiutano a superare il muro di indifferenza della politica. Ma oggi serve una legge. Diritti uguali, veri e pieni, per tutti i bambini e tutte le bambine».

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