In Storie

Ancora una testimonianza di una donna che ha deciso di denunciare pubblicamente la sua esperienza di violenza. Luciana Elefante ha scritto alla redazione di Gaypost.it chiedendo di diffondere il suo racconto, usando il suo nome e cognome. Nel racconto mediatico nato dalla denuncia di diverse attrici, tra cui Asia Argento, degli abusi subiti dal produttore Henry Weinstein, in molti, dall’estero, hanno notato come l’attenzione sia stata tutta sulla vittima (Argento) e quasi nulla sull’abusante e come i media italiani abbiano spesso messo sotto accusa l’attrice italiana invece che chi le ha usato violenza. Una ragione in più per rilanciare #quellavoltache. Intanto, ecco il racconto di Luciana.

Avevo più o meno dieci anni

Avevo più o meno dieci anni, quell’età in cui tutto è bianco o nero, in cui le cose hanno un nome che corrisponde esattamente a ciò che ti hanno insegnato. Non ci sono sfumature, non ci sono sottintesi, al limite ci sono dubbi e domande che attraversano la tua vita come lampi, lasciando poi spazio solo alla semplicità tipica di quell’età. Le sue mani su di me, però, non facevano parte di questa semplicità e nemmeno i suoi baci rubati ovunque, in situazioni in cui qualsiasi bambino si sentirebbe al sicuro. Con la propria famiglia. Perché lui era uno di famiglia e c’era in ogni riunione ufficiale, con moglie e figlie. Sì, moglie e figlie, perché lui di anni ne aveva più di quaranta e per me era uno degli adulti. Ma nel mio mondo di bambina di dieci anni, la pedofilia non era contemplata e nemmeno se ne parlava a quell’epoca.

Nessuno ne parlava

Eravamo alla metà degli anni settanta e la comunicazione era affidata a un solo canale televisivo e alle radio, locali o nazionali. Non c’era spazio per i talk show e le notizie non viaggiavano alla velocità della luce sulla rete. Quindi, se un adulto ti toccava, tu non sapevi che nome dare a questa cosa. Intuivi che non fosse proprio una cosa normale più che altro dal fatto che queste persone si nascondessero e io, da bambina, mi nascondevo solo quando sapevo di fare qualcosa che non avrebbe fatto piacere agli altri. Era la mia semplicità. Ma non poteva essere la sua, lui sapeva di sicuro quel che faceva. E gli piaceva.

Questo lo capivo da quel suo sguardo acceso, dai suoi occhi che si arrossavano, dalla sua voce bassa che tremava. E poi è vero, io avevo dieci anni, ma non ero una bambina come tante altre. A quell’età ero già molto incuriosita dal sesso, un adulto mi avrebbe detto che puzzavo ancora di latte, ma ben presto mi sarei accorta che ad alcuni adulti proprio quella puzza di latte dava eccitazione più di due gocce di Chanel. E quindi mi sentivo strana e confusa quando lui mi chiamava e mi faceva entrare nella sua camera da letto mentre tutto il resto della famiglia, compresi i miei genitori e i miei nonni, erano nel salone a chiacchierare tranquillamente.

Ero destabilizzata, andavo

In una situazione così, ero quanto meno destabilizzata. E quindi, andavo. In camera c’era anche la televisione accesa, quasi a voler ricreare un ambiente protetto, ancora una volta familiare, come se quel senso di famiglia avesse dovuto tutelarmi. Ho imparato da allora che la famiglia è sovente il luogo in cui per primo impari a difenderti e a crescere, ma da solo. Almeno per me è stato così. Una delle sere che ricordo, in televisione davano Giochi senza frontiere. A me piaceva tanto quella trasmissione e il mio sguardo era catalizzato dalle squadre che si sfidavano mentre lui “giocava” con il mio corpo acerbo. “Un, deux, troix…” e lui mi toccava. “la squadra di Nantes gioca il jolly” e lui si faceva toccare.

Avrei voluto giocare con le mie cugine

E io avrei voluto solo scappare da quella stanza e tornare a giocare con le mie cugine, ma non sapevo cosa e come fare. Io non volevo starci lì e questo lo comprendevo bene, ma come potevo uscirne? Ero impietrita e subivo qualcosa che non mi piaceva, ma a cui non sapevo contrappormi. Non so quanto tempo durasse il tutto, non ne avevo coscienza e tanto meno ne ho ricordo ora, ma a un certo punto lui mi lasciava andare e lo faceva sempre con molta dolcezza, quasi a voler dare a quelle fughe un’aura di affetto. Quasi a volermi dire “è tutto a posto, stai tranquilla, non c’è nulla di male”.

Uscita dalla stanza correvo in bagno e tutto quello che facevo era lavarmi per togliermi la sua presenza di dosso, come se fossi stata già adulta. Poi, come se nulla fosse, tornavo nel salone, laddove tutti erano come li avevo lasciati. Tranquilli, sorridenti, sereni. E io? Non me lo chiedevo allora, non avevo gli strumenti per farlo, ma questo l’ho capito solo molti e molti anni dopo. E ho capito che nella mia vita avrei affrontato sempre da sola con me stessa ogni momento importante e doloroso della vita, come continuo a fare ancora oggi.

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