In Rainbow
Riflessioni sparse a margine di ieri, su Roma Pride e dintorni. Eravamo in molti e molte, di più rispetto agli anni scorsi. Abbiamo fatto risvegliare la sinistra che era in massa in piazza con noi: non ci illudiamo, quando eravate al governo eravate ben chiusi nei vostri palazzi, cari Martina e Orfini (per dirne due soltanto, eh!) e non avete messo una riga su matrimonio e omogenitorialità nel programma elettorale andato. Ma almeno vi abbiamo fatto muovere il culo.

Si è sentito un senso di coesione maggiore, forse dettato dall’emergenza di un governo che si preannuncia fascista. Abbiamo cantato l’Inno di Mameli, trascinati da una Monica Cirinnà elevata a novella Libertà che guida il popolo. Perché l’Italia non gli appartiene, ai fascisti. Nemmeno quei simboli che abbiamo lasciato a una cultura che non ci rappresenta e di cui forse dovremmo riappropriarci. Anche questa è rivoluzione, se vogliamo. E abbiamo cantato Bella ciao subito dopo, perché loro non passeranno. E pazienza se a qualcuno questa canzone non piace. La canteremo ancora più forte, proprio perché vogliamo dare fastidio e per non assecondarlo, quel fascismo.

Ho sentito il disagio di quelle persone che, pur avendo votato M5S, sentono di appartenere a questa comunità. Amici e amiche, avete un arduo compito: trasformare il vostro partito, omofobo e populista, in un movimento democratico e popolare. Buona fortuna, io tifo per voi. Contrariamente a quanto dicono certi ministri – ciao ministro Fontana, ieri c’era tanta bella gente – le famiglie arcobaleno esistono e ieri se ne sono viste tantissime. Non si è vista ArciLesbica, invece.

Siccome ho letto qua e là che i pride dovrebbero essere rispettosi della città che li ospita – salvo poi far sparire le prove di quanto coraggiosamente affermato – e siccome la narrazione imperante è, ancora oggi, nel 2018, quella di chi vorrebbe meno eccessi, vi invito a leggere i soliti commenti sotto la foto di due ragazzi che si baciano (potete fare un esperimento su una pagina qualsiasi di un social a caso: avrete “belle” sorprese). Siamo sicuri di voler rassicurare chi ti dice che fai schifo, che certe cose è meglio farle a casa tua, che niente contro i gay, ma è meglio se non esistessero?

Ritorno ancora sul concetto di “rispetto”. Dopo millenni in cui il sistema – che è patriarcale, eterosessista e tante altre belle cose – ha mancato di rispetto verso donne, neri, ebrei, gay, ecc, siamo sicuri di voler assecondarlo ancora? O non sarebbe il caso di esigere delle scuse formali e un risarcimento, quanto meno morale? Il pride, anche con i suoi eccessi, è il prezzo che questo sistema deve pagare dopo tutto quel tempo in cui volevano relegarci alla “non esistenza”. Ci tocca esistere due volte: con i nostri corpi e con le infinite declinazioni della nostra gioia. Io non voglio chiedere il permesso di esistere, al sistema. E non voglio essere determinato da esso su quali dinamiche posso mettere in atto e quali no, perché a ben vedere è già stato così.

Come quando, da adolescente, mi si diceva – frocio alla mano – che quello non era il mio posto. Sostituite voi quello con: bagno, corridoio, banco, muretto, bar, spogliatoio della piscina. Eccetera. Se questo è stato il punto di partenza, se questa è la realtà con cui doversi confrontare, non posso osservare nessuna deferenza. Al contrario, la esigo. Non voglio chiedere il permesso. Voglio delle scuse. Ora! Voglio mettere in campo quel detto per cui se il rispetto lo vuoi, devi darlo per prima. E il sistema eterosessista, quel rispetto non sa ancora cos’è. Il pride è una necessità. Gioiosa, colorata e travolgente. È una delle tante voci della libertà. Forse nel momento in cui urla. Avete mai provato a urlare (magari di gioia) in modo dimesso? Non ci credete nemmeno voi, dai.

Concludo citando Sense8 – vista quanto è fica l’ultima puntata? – e lo splendido personaggio di Nomi Marks, che nel momento in cui si capisce che tutto sta per essere perduto e che è necessario andare in guerra, dice: «La tua vita può essere definita dal sistema o dal modo in cui sfidi il sistema». Voi da che parte state? Da quella che dice a un ragazzino che non può stare sul muretto della piazza del paese, frocio alla mano, o dalla parte di chi decide di urlare la propria libertà? Nella vita si arriva sempre a un bivio, tra ciò che conviene e ciò che è giusto fare. La scelta che viene dopo ci qualifica: come parte della massa o come individui degni di aver vissuto. La palla, adesso, è in mano vostra. Per il resto, buon mese dell’orgoglio Lgbt.

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