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1977 – 2017. Sono passati esattamente quarant’anni dalla prima pubblicazione di “Elementi di critica omosessuale”, un testo capitale per il movimento lgbt italiano. E  oggi esce – finalmente – la ristampa. Quattro decenni nel corso dei quali l’atteggiamento della comunità verso il suo autore, Mario Mieli, si è spaccato: padre e genio per alcuni, provocatore ed estremista per altri. Una dicotomia subita già in vita e che, dopo la sua morte nell’83, è stata alla base di un esteso fraintendimento del pensiero di Mieli stesso, oltre all’emarginazione e, spesso, persino l’oblio.

mieli_ristampa_elementi1Gli studi di genere e la teoria queer in Italia

Pubblicato da Einaudi nel 1977 (e poi da Feltrinelli nel 2002), “Elementi di critica omosessuale” è però considerato il testo che ha dato avvio agli studi di genere e alla teoria queer in Italia, e come tale è stato ed è ancora cercato da tanti, attraverso metodi spesso carbonari.
È a questa difficile reperibilità che ha voluto porre rimedio, cogliendo l’occasione dell’anniversario, la casa editrice Feltrinelli che si è incaricata della ristampa, scegliendo meritoriamente di pubblicarla in universale economica (12 euro), con la sua ricca e dettagliata appendice in cui numerosi esperti approfondiscono il pensiero di Mieli: De Lauretis, Spinelli, Dean, Jacobson, Lane, Rabant.

L’anteprima a Milano

La ristampa del volume, curato da Gianni Rossi Barilli e da Paola Mieli, sorella di Mario, è un evento a cui la libreria Antigone di Milano ha voluto dedicare una serata speciale. Un’anteprima nazionale (o “nazio(a)nale”) il cui fulcro è stata l’importanza di Mieli. Accanto ai decani del movimento, infatti, in una libreria gremita, erano numerosissimi anche i giovani, nati dopo la scomparsa di Mieli e desiderosi di scoprirlo, al di là dell’immagine parziale con cui spesso lo si identifica.
Ed è soprattutto all’oggi che si sono rivolti i relatori chiamati a presentare il saggio appena ristampato.

mieli

Mario Mieli

Leggere Mieli guardando al presente

Lorenzo Bernini, direttore del Centro di ricerca PoliTeSSe, ha osservato il saggio, ampliamento della tesi di Mieli, con lo sguardo del presente. Notandone la “gaia ingenuità” e fiducia in alcuni ambiti come la psicanalisi, i debiti agli anni settanta e gli aspetti oggi irricevibili che non devono essere nascosti per evitare di “farne un santino” che rischierebbe di neutralizzarne la potenzialità critica. Per contro, ha però sottolineato il “coraggio e la rabbia” di un “ragazzo di genio” che ha molto da insegnare a una comunità ormai adeguata a quella omonormatività che Mieli aborriva: non solo la ricerca di inserirsi nelle strutture eterosessuali, ma anche aver affidato la leadership del movimento a uomini bianchi benestanti e cisgender, dimenticando nei fatti tutti gli altri. Un atteggiamento di cui le parole di Mieli possono essere “corrosivo antidoto”, perché “la liberazione sessuale o è rivoluzionaria o non è”.

Superare il binarismo

Anche Elisa Virgili, giovane ricercatrice precaria, ha guardato al presente: il senso di recuperare le parole del giovane milanese oggi è da cercare nell’intenzione di Mieli di mettere in discussione e superare il binarismo anche oggi imperante. Il saggio può poi essere la base di una “genealogia del queer”. La nascita di “una teoria e di una pratica frocia” da cui tutto il movimento discende. Un pensiero, quello di Mieli, frutto di un vissuto concreto, suo e del Fuori!. Vite di persone che devono poter entrare nelle accademie. Non per inaridirsi, ma con l’obiettivo di “queerizzarle e metterle in discussione”.

Il valore dell’autocoscienza

È stato però Corrado Levi, docente e amico di Mieli, che del movimento di quegli anni è stato parte attiva, ad aver emozionato di più. Rievocando il Mario ragazzo ed amico, Levi ha sottolineato il valore dell’autocoscienza alla radice anche del saggio. Portato lo sguardo agli anni Settanta, ha chiarito che il grande momento di nascita di una coscienza collettiva è nata proprio da questa possibilità impensata di “riconoscere negli altri gli stessi problemi”.

Partire da sé per agire per tutti

Partire da sé, spiega, è stato il modo per sentirsi capaci di agire davvero per tutti e credere di mettere in atto dei reali cambiamenti perché “quello che si dice partendo da sé è inattaccabile, ma bisogna che chi parla abbia rischiato davvero la vita”. E anche se, spiega, le posizioni intransigenti condivise con Mario si sono un po’ attenuate in favore della libertà per tutti di viversi come ritiene meglio per sé, il suo pensiero e la sua spasmodica “ricerca del limite” del può essere, anche oggi, trent’anni dopo, la “spinta antagonista, che stimoli ‘la diversità che è in tutti’, mantenendo, come Mario, “l’anelito a cambiare le cose”.

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