In Rainbow

Marco era un ragazzino di quattordici anni di Roma. Non era apertamente gay ma era percepito dai suoi compagni che lo tormentavano in ogni modo. I compagni di scuola gli dicevano di suicidarsi; gli dicevano che non meritava di vivere; gli dicevano che Dio lo odiava. Una sera di agosto scrive: “Sono omosessuale, nessuno capisce il mio dramma e non so come farlo accettare alla mia famiglia”. Due messaggi, uno su un foglio di carta, l’altro su una pen drive. Si provoca dei tagli alle braccia e all’inguine. Poi sale sulla terrazza condominiale e si lancia nel vuoto da un’altezza di 20 metri.

Oggi Marco avrebbe avuto 20 anni. Mahmood di anni ne ha 26. Nati nello stesso paese: Marco a Roma, Mahmood a Milano. Figli dello stesso tempo.

Fare coming out serve a evitare questo. Uscire alla luce del sole offre futuro, incoraggiamento. Nessuno deve farlo per forza. È difficile considerare il non dichiararsi oggi come qualcosa di diverso da una ferita ci si infligge da soli. Essere gay non è una scelta. Ma restare nell’armadio per tutta la vita lo è. Non è vero, come dice Mahmood, che questa generazione non vede orientamenti sessuali, colore della pelle, differenze. Marco si è ammazzato 6 anni fa, non 60. Come lui, dopo, molti altri. L’ho scritto una settimana fa su L’Espresso.

“Bisogna dar loro speranza” diceva Harvey Milk riferendosi ai giovani. I ragazzi LGBT hanno quattro volte più possibilità di tentare il suicidio; i ragazzi LGBT le cui famiglie sono ostili corrono un rischio otto volte maggiore di togliersi la vita. Le persone che erano uscite allo scoperto per pretendere diritti e dignità all’alba degli scontri di Stonewall, furono sommerse subito da un’esplosione di commenti bigotti, disinformati e crudeli come gli insulti che Marco aveva dovuto subire ogni giorno. Il cambiamento è iniziato quando le persone Lgbt hanno inziato ad “uscire fuori”, a difendere se stessi e i loro amici.

Mentre qualcuno vede nel coming out un un passo indietro, perché presuppone il bisogno di dividerci tra etero e omosessuali”, molti invece vedono un futuro possibile. La possibilità di essere liberi, felici, innamorati. Per il semplice fatto di non nascondersi e di essere sé stessi, e prendersi per mano in pubblico. “Lo so che non si può vivere di sola speranza”, spiegava Milk, “ma senza speranza non vale la pena di vivere. E tu, e tu, e tu avete il dovere di dare speranza alle persone”. La speranza può salvare vite.

È uscendo allo scoperto, cinquant’anni fa, in un momento in cui era tanto più pericoloso da un punto di vista personale e professionale, che le persone LGBT hanno ricostruito un mondo. Chi lo ha fatto in maniera eclatante e chi in maniera più discreta (tenendo per mano il proprio amante in fila per il cinema). Hanno fatto coming out, hanno preso il mondo e lo hanno portato lontano, lo hanno reso più sicuro per tutti e tutte.

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