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Istanbul, liberati tutti gli arrestati. Viotti: “Democrazia sotto attacco”

Dopo un lungo presidio della gay street, la polizia turca ha liberato tutti gli attivisti arrestati nel pomeriggio per le strade di Istanbul e adesso la comunità si prepara al party conclusivo del pride. Le violenze sono continuate per tutto il pomeriggio, ma fortunatamente non risultano feriti gravi. Alcuni attivisti sono stati colpiti al volto dai proiettili dei gas lacrimogeni sparati dalla polizia che ha anche usato dei proiettili di gomma.

A fare la cronaca del pomeriggio di Istanbul è stato il giornalista Alberto Tetta, da tempo corrispondente dalla Turchia per diverse testate tra cui Askanews, L’Espresso e RaiNews 24. Come abbiamo già scritto, oggi avrebbe dovuto tenersi il quattoricesimo Pride di Istanbul, ma il prefetto ha negato l’autorizzazione avanzato problemi di sicurezza (per via delle minacce delle organizzazioni nazionaliste) e per la concomitanza con il mese del Ramadan.
“Il movimento Lgbti ha deciso allora di cancellare il corteo annunciando però che avrebbe resistito ai divieti “sparpagliandosi” e “disperdendosi” per tutto il centro di Istanbul – ha raccontato Tetta -. Così è stato. Migliaia di agenti hanno occupato e bloccato tutte le vie d’accesso al centro transennando Piazza Taksim, la più importante di Istanbul. Comunque in decine di mini presidi con grandi bandiere arcobaleno, srotolate da importanti palazzi del centro si è manifestato l’orgoglio Lgbti e letto il comunicato del comitato organizzatore”.

La lettura del comunicato stampa in piazza è stato interrotto dalla polizia, ma gli attivisti, spinti in un bar dagli stessi agenti insieme agli europarlamentari Daniele Viotti e Terry Reintke, lo hanno letto mandando il video in diretta su Facebook.
La polizia ha attaccato violentemente questi presidi sparando lacrimogeni e proiettili di gomma – continua Tetta -. Sono stati 25 gli arresti di persone inermi tra cui due parlamentari internazionali arrivati in Turchia per dare solidarietà al Pride. Molti quelli “preventivi” ai danni di membri del comitato organizzatore del Pride. Ad ora alcuni di loro sono stati liberati. La maggior rimangono in stato di fermo nelle caserme (mentre scriviamo sono stati tutti liberati, ndr). Intanto a Mis sokak, una strada del centro la polizia ha di nuovo attaccato i partecipanti al pride che festeggiavano con canti e bandiere arcobaleno e tra poco si terrà il party conclusivo”.

La polizia non ha preso di mira solo i manifestanti, ma ha tentato di intimidire la stampa, cosa che succede sempre più di frequente nel paese di Erdogan.
“Durante il controllo dei documenti a cui sono stati sottoposti tutti coloro che entravano nella “zona rossa” dove si sarebbe dovuto tenere il Pride – è la testimonianza di Tetta – sono stato minacciato dalla polizia dopo che gli ho mostrato il tesserino stampa: “Vedi di non scrivere notizie contro la Turchia se no ti sparo” mi ha gentilmente consigliato l’agente. Non che la cosa mi abbia impressionato più di tanto, chi fa il giornalista in Turchia subisce questo trattamento quasi quotidianamente. Quanto successo comunque rende l’idea di quanto sia limitata la libertà di stampa nel Paese“.

“È una giornata pesantissima. Ho visto una democrazia pesantemente sotto attacco da parte di quelle forze che, invece, dovrebbero sostenerla e difenderla – è il commento di Viotti, mentre si attendeva che la polizia rilasciasse gli arrestati -. La Turchia era un’opportunità per l’Europa. Sta diventando sempre più un problema. Non lo scopriamo certo oggi, ma si va peggiorando. E non mi riferisco solo alla pur gravissima situazione dei diritti delle persone LGBTI”.
Sulla vicenda si è espresso anche Gabriele Piazzoni, segretario nazionale di Arcigay che si è detto preoccupato per la situazione in Turchia. “Le autorità turche hanno vietato la manifestazione, in piena violazione della carta costituzionale di quel Paese – ha dichiarato Piazzoni -. La situazione è gravissima. Chiediamo inoltre che l’Unione europea intervenga immediatamente, sospendendo ogni relazione con la Turchia finché quel Governo non sia in grado di garantire il rispetto dei diritti umani”.

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