In Storie

Essere come si è, col coraggio della propria identità. È questa la lezione che impariamo, giorno dopo giorno, con e sui nostri corpi. È la lezione che ritroviamo ai pride, ogni qualvolta si scende in piazza a reclamare identità e libertà di essere. E forse non è un caso che a ridosso delle marce dell’orgoglio che ieri si sono celebrate in ben cinque città italiane – tra cui Roma, con un corteo di 700.000 persone – sia uscito per la Rai l’episodio de Il corpo dell’amore, dedicato a Giuseppe Varchetta dal titolo Giuseppe. Todos santos.

Un viaggio, verso sud

Un documentario sulla vita di un giovane gay, di origini meridionali e disabile, che va a vivere al nord con la sua famiglia. E che, ad un certo punto, decide di tornare nella sua Napoli, a ritrovare un po’ delle sue radici, a recuperare quel rapporto col mare che a Bologna tanto gli manca, come dice la voce narrante. Un documentario che coniuga, con una poderosa poesia dell’immagine che diventa narrazione essa stessa, la forza dirompente di un’esperienza di vita che diviene testimonianza politica ad ampio spettro.

Tra sensualità e destrutturazione della mascolinità tossica

Giuseppe Varchetta, al Dolomiti Pride (foto di Lorenza Depeder)

C’è un portato di totale sensualità, che emerge attimo dopo attimo, nel rapporto tra Giuseppe e Andrea Giuliano, l’attivista torinese che è stato in Ungheria per dieci anni e da cui è dovuto fuggire per le minacce ricevute. Andrea, apprendiamo dal filmato, sta conducendo un progetto per la decostruzione della mascolinità tossica. In questo progetto rientra anche Varchetta, il cui corpo viene messo a nudo, esaltato, celebrato, fin nei più piccoli particolari. E questa sensualità che parla del e col corpo si coniuga a quegli sguardi tra i due ragazzi, alle schermaglie, a un guizzo improvviso che abbraccia il desiderio, che si scioglie in un bacio al tramonto, che diventa condivisione di tempi e di spazi tra le bianche lenzuola in un letto.

Una poderosa storia d’amore

Potremmo vederci “solo” una storia, una poderosa storia d’amore, nel documentario di Monica Repetto, andato in onda il 7 giugno su Rai 3 – purtroppo in fascia notturna, come troppo spesso avviene per quei prodotti di qualità che parlando di omosessualità – ma sarebbe riduttivo. C’è di certo l’amore di una madre per il figlio, che lo sprona a superare le difficoltà oggettive della propria disabilità e che lo aggancia alla dimensione dell’erotismo: come quando, e ce lo racconta Giuseppe, lo aiutava da bambino a far gli esercizi con la bocca, per rafforzare le labbra “altrimenti come bacerai un giorno”? L’amore per se stessi, nell’accettarsi – appunto – per ciò che si è. L’amore per i luoghi della propria infanzia, per la vita. E lo vedi dalle piccole cose che traspaiono nel filmato, dal soffermarsi sui particolari quotidiani, le lenzuola stese e le reti dei pescatori. Ma sarebbe, appunto, riduttivo.

Il significato politico della disabilità

Perché Giuseppe. Todos santos è un’opera politica in senso pieno. Nella destrutturazione dei luoghi comuni non solo della mascolinità, così come ce l’hanno insegnata, ma soprattutto nel legame – troppo spesso frettoloso e falso – tra disabilità e mancanza di felicità. Tra essere ciò che la società non si aspetta da te e invisibilità. Giuseppe e la sua storia scardinano tutto questo. Entrano prepotentemente nelle nostre coscienze, ci inducono a fare i conti con i nostri tabù (primo tra tutti quello della sessualità delle persone disabili) e ci accompagnano, con forza ma allo stesso tempo con una delicatezza che commuove, verso l’unica realtà possibile: quella che ci fa abbracciare l’altro da sé, facendoci capire che non abbiamo nulla di cui avere paura. Anzi.

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