In Storie

«È un coming out day strano, perché ne ho scritto tanto sulla mia bacheca…» comincia così il racconto di Milo Serraglia. Che quest’anno celebra l’11 ottobre con la sua identità maschile. «È il mio primo coming out come Milo» mi dice, sorridendo «e sono un uomo Ftm. Female to male. Sì, sto iniziando la transizione. Sì, vivo da uomo da qualche tempo. No, non prendo ormoni anche se ho il pizzetto». Mi dice che non gli interessa acquistare medicinali al mercato nero. «Ci sono arrivato da poco e tardi» alla transizione, mi dice ancora «quindi cerco di respirare».

Come la marea che travolge ogni cosa

Milo

«Quello da Ftm non è il primo coming out anche perchè a metà anni ’90 ho fatto quello da lesbica. È andata come poteva andare spesso in quegli anni: cioè malissimo a casa e abbastanza bene fuori». Poi, però, arriva la resilienza. «Ed ora eccomi qua a parlare sul coming out con te» mi rivela, «che sei stato uno dei primi a saperlo. Quindi alla fine quasi tutto bene, dai!» Un po’ come quella canzone interpretata da Gino Paoli e Amanda Sandrelli, per La bella e la bestia. All’inizio spaventa un po’. Poi, quando sembra che non possa più accadere, “come la marea” arriva la felicità di essere chi sei davvero. E travolge ogni cosa.

Dirlo agli altri

Come ha travolto i suoi amici e la sua famiglia, nel momento in cui ha deciso di “rivelarglielo”. «Me le sono scelte le persone a cui dire che dovevano chiamarmi Milo e darmi il maschile. Poche e selezionate, che la paura mi prendeva ogni giorno in questi mesi, fino al giorno del mio compleanno in cui l’ho scritto senza più pensare a nient’altro che a me stesso». Un percorso graduale, che è arrivato ad un punto cruciale nel momento di nominare le cose, a casa: «Ero stato in sospeso anche troppo tempo con la mia famiglia, aspettavo un momento giusto per dirlo». Quindi l’imprevisto: «Un outing ha anticipato la mia chiacchierata, e pure di molto».

La famiglia e l’outing

Le cose, tuttavia, sono andate molto diversamente della prima volta: «Stavolta nessuna tragedia, lo sapevano già da un mese, ma hanno tenuto la barra dritta stavolta. Mia madre me l’ha detto al telefono che sapevano tutto della transizione di Milo, ecc. Mi ha detto che devo fare la mia vita. Uno shock, per me. Ma alla fine tutto bene, anche se l’outing è e resta una schifezza». E pian piano, ci si ricostruisce la propria normalità: «Qualche sera fa sono stato a casa dei miei e Madreh» lui la chiama così «non ha sbagliato un pronome. Padreh invece mi chiamava come sa, ma ho cercato di non darci peso perché deve imparare».

Ritrovarsi e respirare

«E poi c’era mia zia, il che complicava un po’ la situazione» mi racconta divertito. «Quando mi ha chiesto del pizzetto abbiamo sudato freddo sia io, sia papà. Poi le ho detto che sto facendo il laser e quindi deve crescere. E lì è stata zitta. Mio padre mi ha guardato e ha sorriso come a dire: “Ammazza che bella cazzata hai raccontato!”» e senti un calore, in quelle parole. Il calore di chi si ritrova e sa che non si perderà mai più, che non potrà più tornare più il momento in cui non ci si riconosce. «Mancava solo “bello di papà”, alla fine. Ma si sentiva quell’energia, lì. E per uno che in certe cose non è mai stato bravo, per ora va bene così».  E alla fine, «tutto si sistema», mi dice ancora «ed io continuo a respirare».

Rinnegarsi: una messa in scena che si paga

Ethan

Del valore del coming out, oggi che è la giornata ad esso dedicata, ne abbiamo discusso con Ethan Bonali. L’attivista ha già parlato con noi del processo di costruzione della sua identità. Ethan ritorna ai suoi ricordi:  «Quel “venire fuori” per me, invece, è stato un lungo processo di rivendicazioni ed arretramenti, di “errori” e sperimentazioni». Un venir fuori che nasce da un rinnegare se stessi. Per sopravvivere. «In quel momento della mia vita mi era necessario essere “invisibile” per passare indenne la guerra tra i miei genitori». Scelta non indolore: «L’invisibilità ebbe ripercussioni sul corpo, irrigidendolo; e sui pensieri, raffreddandoli. La messa in scena è una trappola che si paga a caro prezzo».

La scoperta del mondo lesbico

Per Ethan il primo coming out arrivò con la scoperta del mondo lesbico: «Per me fu un evento sconvolgente, accompagnato dal primo amore, il primo che avessi la possibilità di vivere concretamente. Feci di tutto per farmi scoprire dai miei. Non mi era possibile trattenere la felicità di aver trovato un mondo e un modo di esistere. Ed ero follemente innamorato! Fu traumatico». Come sempre avviene quando le famiglie non sono preparate alla cosa più naturale che esiste: l’imprevisto. Ci furono «liti, richieste di curarsi, speranza di ripensamenti e matrimoni futuri». Ma la strada era già stata tracciata, nell’orizzonte degli eventi possibili: «Non sarei mai più tornato indietro».

Il confronto a casa

Il confronto con la famiglia arrivò, implacabile. Come l’amore: «Per mia madre sono stato uno specchio nel quale vedere le rinunce subite nel nome di una femminilità imposta, per mio padre rivedersi in un figlio/figlia che sapeva comunicare con lui. Per mio fratello un confidente amoroso con il quale prima non avrebbe avuto il coraggio di confidarsi». E poi la scoperta del vero sé: «Con gli anni scoprii che la parola lesbica non mi descriveva in pieno ma resterò sempre grato ad una identità complessa che mi ha permesso di sperimentare dall’estremamente femminile al maschile».

Un coming out continuo

«L’identità lesbica possedeva e possiede una dimensione di varianza di genere capace di ospitare identità non cisgender all’interno dei propri confini». E non c’è bisogno di altre parole, per raccontare Ethan. «È esattamente lì, al confine, che ho capito di trovarmi. Sono una persona in perenne trasformazione. Il mio coming out è continuo. Il mio “venire fuori” ha il significato profondo di chi non rinuncia a diventare se stesso ed ha il significato politico potentissimo di affermare che il genere ha mille forme e che i confini sono labili, permeabili. Le zone di sovrapposizione molteplici. Il mio coming out ha la pretesa di negoziare gli spazi tra le identità è un gesto che riporta lo spazio della variazione e della possibilità». Sì, è vero: non c’è bisogno d’altro.

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