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La prima denuncia risale allo scorso febbraio. Da allora, il portavoce de I Sentinelli di Milano Luca Paladini e, adesso, anche suo marito Luca Caputa Curcio, hanno ricevuto più di 500 messaggi con insulti e minacce di morte da un totale di 300 profili fake. Tutti via Facebook.

Minacce alle famiglie

Due vite stravolte. Anzi, più di due, perché l’odiatore (o gli odiatori) che perseguitano Luca e Luca, da un mese a questa parte, hanno preso di mira pure le loro famiglie.
L’ultimo messaggio arrivato tramite Messenger (la chat di Facebook) a Caputa Curcio è una minaccia alla madre, con tanto di foto di una forbice insanguinata.

Messaggi come “ci fingiamo tecnici del gas, entriamo in casa e la prendiamo a martellate”. O “le vostre madri dovevano abortire invece di mettere al mondo dei forci come voi. E’ colpa loro e dovranno pagarla”. Minacce pubbliche o private che si sommano a quelle rivolte direttamente alla coppia.

La lentezza delle indagini

Un’indagine che fatica ad andare avanti. “Noi ci fidiamo della Digos che sta indagando – dice a Gaypost.it Caputa – e sappiamo che quella della denuncia è la strada giusta”. Certo è che in 5 mesi gli investigatori non sono ancora venuti a capo della vicenda. Complice, va detto, la capacità degli autori delle minacce di usare strumenti che permettono di sviare le indagini. Software come Tor nati per proteggere la privacy degli utenti e garantire la possibilità di informare e comunicare sfuggendo alle maglie della censura, ma in alcuni casi utilizzati da criminali, odiatori e malintenzionati.

Dalla foto di Boldrini decapitata, l’inferno

Tutto è iniziato, com’è noto, dopo che sulla loro pagina Facebook “I Sentinelli” hanno pubblicato la foto dell’ex presidente della Camera Laura Boldrini decapitata, denunciando l’autore del post (che poi fu individuato dalla polizia). Da allora, l’inferno.
“Prima se la sono presa con Luca (Paladini, ndr) perché lo hanno individuato come portavoce dei Sentinelli – spiega Caputa -. Poi sono arrivati a me e ora alle nostre famiglie. Ma perfino qualche amico che ha espresso solidarietà in pubblico si è visto arrivare delle minacce”. Messaggi talmente carichi di odio e violenza che a volte è Facebook stesso a rimuoverli. “A me scrivono in privato, a differenza che a mio marito – continua -. Ma a volte ho trovato dei messaggi già filtrati da Facebook per quanto erano volenti”.

La rete di solidarietà

Intorno alla coppia si è creata una vera e propria rete di protezione: amici, conoscenti, compagni di battaglie e anche le famiglie. “Questa è la nostra fortuna – ci spiega Luca -. Intanto, il fatto che come coppia condividiamo tutto. Poi anche il cordone che ci stanno creando intorno. Le nostre famiglie ci sostengono da sempre, ma in questa circostanza abbiamo ricevuto messaggi e proposte di aiuto da persone che neanche conosciamo dal vivo. Gente che ci ha aperto le porte di casa sua e offerto ospitalità in altre città, per permetterci di vivere qualche giorno più sereno. Perché voglio dirlo con chiarezza: i social sono popolati per la maggior parte da persone per bene, che condividono cause giuste. Poi ci sono gli odiatori, che sono la minoranza, ma fanno più rumore e si sentono protetti da un senso di impunità. Sanno che non è facile risalire alla loro identità vera”.

La quotidianità stravolta

Luca e Luca non intendono desistere, però, anche se la loro quotidianità è cambiata. Perché al netto della solidarietà che arriva da ogni parte, rimane la vita di ogni giorno: guardarsi attorno con sospetto, la sera quando si rientra a casa, avere cambiato le piccole abitudini quotidiane, amplificare il senso di ogni piccolo gesto o rumore alle proprie spalle. “Nonostante la stanchezza fisica e psicologica che non posso negare, andiamo avanti – prosegue Caputa -. Lo facciamo per tutte quelle persone che non hanno la nostra stessa fortuna, che sono sole a combattere questa guerra, che non hanno rete di protezione intorno e che, magari, non hanno fatto coming out e non possono denunciare pubblicamente. E, no, non siamo degli eroi”.

“Intervenga Facebook”

“Insieme a Cathy La Torre, vittima anche lei di minacce, stiamo lavorando per aprire un canale con Facebook – conclude -. La polizia rimane il nostro salvagente e ci fidiamo di quello che ci dicono. Ma anche chi gestisce i social deve essere coinvolto nella battaglia contro l’odio in rete. Per questo speriamo nei prossimi giorni di incontrare i responsabili di Facebook Italia per affrontare insieme la questione”.

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