In Rainbow

Alla vigilia del Pride di Milano, non si placa la polemica che vede coinvolta Arcilesbica Zami in merito alla presentazione del libro di Daniela Danna contro la Gpa, in cui si scomoda la dicitura, discutibilissima, di “utero in affitto”. Soprattutto dopo che l’associazione ha diramato un’e-mail in cui afferma che domani, alla manifestazione, diffonderà un volantino contro la pratica della surrogacy. Vediamone i punti salienti.

Un volantino che offende le donne

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Daniela Danna

Diversi gli aspetti controversi di quella comunicazione. Un incipit abbastanza infelice: «Le lesbiche non sono le mogli dei gay, che tacciono e annuiscono quando gli uomini parlano». È davvero questo che credono quelle attiviste? Essere moglie è, per il circolo milanese, la massima manifestazione della sottomissione al maschio? Quest’affermazione offende milioni di donne eterosessuali che vivono serenamente le loro relazioni con gli uomini con cui hanno scelto di convivere. Così come è offensivo nei confronti di tutte le donne, descritte come potenziali vittime di un potere maschile al quale sembrerebbero predestinate. E poi, ancora, il collegamento per cui la surrogacy non si scinde dai rapporti di sfruttamento e mercimonio. Il volantino parla a nome di tutte le lesbiche italiane. Ma è veramente così? Abbiamo deciso di dar voce a chi, nel movimento, è donna e lesbica e non si riconosce in certe posizioni.

Milena Cannavacciuolo (Lezpop): “No al pensiero unico”

«Secondo me le questioni sono due, e sono strettamente connesse a prescindere dalle posizioni che possiamo avere sulla Gpa» dichiara a Gaypost.it Milena Cannavacciuolo, anima del sito Lezpop. «Per prima cosa non esiste il pensiero unico. Per meglio dire, il pensiero unico è intrinsecamente fascista. Seconda cosa, ed è quella che più mi sta a cuore: non esiste un modello unico di lesbica». L’attivista milanese ci tiene a ricordare la mission del suo sito: «Raccontare i tanti modi in cui si può vivere il proprio orientamento sessuale. Per una fetta di Arcilesbica, chi ha delle posizioni diverse dalle proprie viene attaccato in maniera più o meno violenta. Viene insultato. E personalmente di attacchi me ne sono presi parecchi, non ultimo quello di “lesbofoba”». Cannavacciuolo, infine, pone l’accento sulla rappresentatività ridotta, dentro Arcilesbica, tra le nuove leve: «Le giovani che vogliono fare attivismo vanno nel Gruppo donna di Arcigay Milano».

Cathy La Torre (Gaylex): “Not in my name!”

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Cathy La Torre

Sulla rappresentatività si pronuncia anche Cathy La Torre, avvocata, attivista e presidente di Gaylex (Bologna): «Ho avuto più fidanzate io, che iscritte Arcilesbica», dichiara, sferzante. «Sono una donna lesbica, Arcilesbica non può parlare a nome di tutte. Parlasse a nome delle sue iscritte. Dubito che anche tutte loro siano d’accordo con quelle posizioni». E prosegue, senza mezzi termini: «Il loro comunicato è così delirante che non sono neanche riuscita a leggerlo tutto. In quelle poche righe sono riuscite ad offendere tutte: donne lesbiche, etero e anche i gay. Viene voglia di lanciare una campagna: “Not in my name”. È come quando il Popolo della famiglia pretende di parlare a nome di tutte le famiglie». Non andrà al Milano Pride, La Torre: «È stato dato troppo spazio a questa polemica strumentale e sbagliata». Infine un annuncio: «Sono una donna lesbica e sto pensando di fare una Gpa. La mia doppia cittadinanza italo-americana me lo consente, negli Usa. E non lo farei come provocazione, sia chiaro. Lo farei per aiutare una coppia, etero o gay, ad avere un figlio. Sarei meno lesbica di loro, per questo?»

Carla Catena (Arcilesbica Bologna): “No a critiche ingenerose”

Si distanzia dalle parole del circolo di Milano Carla Catena, la presidente di Arcilesbica Bologna. Rigetta, tuttavia, le critiche ingenerose: «Sto soffrendo molto, sia per la polemica in atto sia per quegli attacchi che auspicano la fine di Arcilesbica». Catena ne rivendica la centralità e l’importanza, nel panorama Lgbt: «Siamo una realtà storica, l’unica associazione nazionale di lesbiche in Italia. Al nostro interno, è naturale, ci sono diverse posizioni». Una storia, ricorda ancora, di attivismo sul territorio, di collaborazione con molte realtà dentro e fuori il movimento arcobaleno. «Noi lavoriamo e ci confrontiamo con tutti e tutte e ci relazioniamo anche su questo argomento. Riuscendoci. Tutto questo patrimonio non deve morire e sta qui la mia sofferenza, di fronte a certi attacchi». Ci tiene, inoltre, a ricordare un aspetto molto importante: «Certe posizioni, che hanno eco maggiore perché a portarle avanti sono persone molto autorevoli dentro Arcilesbica, sono al di fuori dalle tesi emerse nel congresso del 2015, che prevede una Gpa solidale e non commerciale».

Le attiviste siciliane: “Nessuno può arrogarsi il diritto di scegliere”

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Daniela Tomasino

Intanto, da nord a sud, si registra un certo malcontento nei confronti delle decisioni del circolo di Milano. Di poche parole ma molto incisiva, Daniela Tomasino, vice-coordinatrice del Palermo Pride e tra le fondatrici di Arcilesbica Lady Oscar del capoluogo palermitano e ora dentro Arcigay: «Ancora una volta qualcuno cerca di arrogarsi il diritto di scegliere, pensare, decidere per le donne e sul corpo delle donne. Come lesbiche e come femministe abbiamo il dovere di ribellarci al paternalismo, da qualsiasi parte provenga». Sulla stessa linea c’è Tiziana Biondi (Stonewall, Siracusa): «In quanto donna, lesbica e femminista sono basita: penso che sia grave che le compagne di Milano abbiano deciso di parlare a nome di tutte le altre. Parliamo tanto di autodeterminazione, ma non è qualcosa che può andare a corrente alternata». Invita, Biondi, a moderare un linguaggio che reputa violento e offensivo proprio nei confronti di quelle donne che «decidono di donarsi nella realizzazione di una genitorialità. Cosa ben diversa dallo sfruttamento di certe realtà, che tutte condanniamo. Mi sembra ovvio».

Da nord a sud, nel segno del dialogo e dell’autodeterminazione

Sempre al sud, Gaia Barletta (LeA, Lecce) dichiara: «Quello della gpa è un tema che va discusso e compreso. Probabilmente all’interno del movimento Lgbtqi* non si raggiungerà mai una visione comune sulla questione, ma supporre di imporre la visione di un’unica associazione» per altro «non rappresentativa di tutte le donne lesbiche, è la cosa più lontana che possa esserci dallo spirito democratico che è il principio fondamentale alla base dell’associazionismo». Voci analoghe arrivano dalla Toscana, dove Veronica Vasarri(Arcigay Arezzo), si esprime a titolo personale: «Come può Arcilesbica Zami arrogarsi il diritto di parlare a nome di tutte le donne e lesbiche d’Italia? Oltretutto utilizzando toni e parole di una violenza tali da far concorrenza a Costanza Miriano». Anche Vasarri, che rivendica la sua identità di attivista, è «consapevole che la gestazione per altri sia un tema delicato, ma in virtù di quello slogan, ancora pieno di significati, “l’utero è mio e lo gestisco io”» si dice «favorevole alla Gpa etica e regolamentata, dove l’autodeterminazione di tutte la parti in causa sia realmente garantita». E si augura, infine, un dialogo dai toni più moderati che al momento non può esserci, se si mantengono certe posizioni.

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Veronica Vasarri

Perché fa davvero paura la Gpa?

«La misura è colma. È arrivato il momento di dire basta». Da Siena, Natascia Maesi (Movimento Pansessuale) – sempre a titolo personale – ritorna sul fatto che una realtà non può parlare a nome di tutte e sottolinea l’importanza dell’autodeterminazione anche per quanto riguarda le scelte procreative. «Credo nella libertà e nell’autodeterminazione delle donne, tutte le donne, anche quelle che scelgono di partorire per altri/e. Mi chiedo se non sia questa libertà e autodeterminazione a fare paura davvero». Di cosa hanno paura queste attiviste?, si chiede ancora: «Che la “sacralità del materno” sia messa in crisi dal considerare la gravidanza per altri/e un lavoro a tutti gli effetti, quindi retribuito o regolato da un contratto sottoscritto liberamente dalle parti?». Una voce, la sua, in armonia nel coro di chi pensa che la libertà di scelta sia un fatto qualificante, nella società moderna. Aggiungendo un altro punto della questione: «Forse la Gpa è un boccone da ghiotti, perché fornisce il pretesto per prendersela anche con i maschi gay (meglio se ricchi)». Che sia questo il problema? Quella di un’omofobia intrisa di una misandria sempre più evidente? «Ho paura» conclude «che le lesbiche contro la Gpa siano diventate quelle madri matrigne a cui volevano disobbedire». Speriamo non abbia ragione.